Paese perduto – Pierre Jourde

Prehistorica editore

Se penso agli autori francesi la mente corre ai grandi romanzieri dell’Ottocento, si aggrappa a una decina di nomi del secolo scorso per poi annaspare con pochissimi riferimenti alla letteratura contemporanea.

Grazie a Prehistorica editore che porta in Italia penne mirabili della letteratura francese ho potuto scoprire una voce a me sconosciuta.
Lui è Pierre Jourde, scrittore amato in Francia, docente universitario e specialista di letteratura francese dell’Ottocento, titolo che mi fa simpatia a priori.

Il libro è “Paese perduto”, un memoir toccante e scritto assai bene.
La storia narra di due fratelli che fanno ritorno nell’Alvernia, loro paese d’origine, dove ad attenderli c’è un cadente cascinale ereditato e un bagaglio di ricordi.
I due fratelli ritrovano volti e luoghi del passato bloccati e inermi, come avvolti da una bolla di torpore. Nel paese perduto tutto sembra fermo come se la vita avesse smesso di scorrere, ma non è così.

In quei volti e nelle mansioni sempre uguali, nella vita del piccolo borgo scandita da riti e ciclicità c’è un magma che si muove lento ma potente. Pierre Jourde poggia il suo occhio su ogni abitante e ogni ruga e con una scrittura elegante e mai banale ne tratteggia il limbo tra la vita e la morte.
La morte, questa entità che aleggia prepotente e corruttibile, che stride coi ricordi ovattati d’infanzia e che talvolta come un urlo a valle sembra echeggiare in ogni ramificazione e in ogni prato.


Il paese perduto è in realtà un luogo dell’anima, lontano perché fisicamente difficile da raggiungere e scolorito nei ricordi. Un luogo dove ci si arriva smarrendosi ma che nei suoi silenzi, tra sterco e fieno, racchiude la via per ritrovarsi.
La scrittura è fiera e poetica, gioca con le descrizioni e si trasforma in un acquerello dettagliato e malinconico.
Non è un testo che consiglio a chi ama stravolgimenti della trama poiché la narrazione è riflessiva e in bilico tra mondo interiore e manifestazioni della natura. Ma è un libro che consiglio a coloro che vogliono godere di una bella scrittura e che guardano con nostalgia e curiosità al passato.

SCONTI ADELPHI

Vademecum frivolo per gente seria

Attesi o vissuti con l’ansia di dover accaparrarsi per forza qualche titolo nonostante le ristrettezze economiche, gli sconti Adelphi arrivano per tutti anche quest’anno. Annunciati come una manna dal cielo, smuovono il chiacchiericcio social, portano a rivedere liste dei desideri, ci spingono a conoscere nomi nuovi della letteratura o approfondire vecchie conoscenze.

Ho stilato per voi, sulla base di domande e chiacchierate fatte con altri lettori, una sorta di vademecum per districarsi nella variegata giungla del catalogo Adelphi.
Inutile sottolineare che il tutto sottostà al gusto personale e che questi pensieri non vanno letti come la Bibbia, ma come i consigli di una semplice lettrice appassionata.

Iniziamo? Bene!


Prima e unica regola per l’acquisto di un libro del catalogo Adelphi: non scegliere per colore! Sapete quante persone cercano Adelphi gialli, rosa o blu, solo per completare una scala di colore? Tantissime. E se è pur vero che la casa editrice del “libri unici” si distingue per l’iconica campionatura di colore, dobbiamo renderci conto che è un criterio di scelta davvero sciocchino, nonchè rischioso, perché i libri costano e gettare soldi per un malva da incastrare tra il viola e il rosa è davvero stupido.
Messa in chiaro questa banale ma necessaria regola, proviamo a capire quali sono le voci più potenti del catalogo.

Foto di @manumomelibri

Impossibile non partire da Simenon, e non perché sia uno dei miei preferiti, ma perché per quantità e eco letterario è uno degli autori di punta. Dalle indagini di Maigret, riconoscibili dalla copertina gialla, ai romanzi “sciolti”, Simenon ci ha regalato tantissimi titoli. Sono storie di alienazione, solitudine, mancato inserimento sociale e sul malessere che crea l’opinione altrui. La maggior parte sono ambientate nella provincia francese, dove il paese è piccolo e la gente mormora e dove è più facile nascondere la verità; ma anche ad altre latitudini Simenon ha dimostrato di saper regalare grandi emozioni: Manhattan, California, Tahiti, Colombia…paradisi naturali.

Ce n’è per ogni parallelo e quindi ecco 10 titoli che evidenziano fortemente le caratteristiche peculiari dello scrittore:


La camera azzurra
Tre camere a Manhattan
Persiane verdi
Il fondo della bottiglia
L’ uomo che guardava passare i treni
Hotel del Ritorno alla natura
Il treno
Marie la strabica
Il piccolo libraio di Archangelsk
L’angioletto

Foto di @manumomelibri

Chiusa la parentesi Simenon, vorrei soffermarmi su uno scrittore che nelle ultime settimane sui social ha riscosso molta curiosità: Bolanõ.


Il suo nome attrae ma spaventa, il suo realismo e la capacità di smuovere il panorama letterario Internazionale lo rendono fondamentale per approcciarsi alla letteratura del ventesimo secolo.
Opere da leggere per conoscerlo (e amarlo):

I detective selvaggi. la storia di un viaggio attraverso i cinque continenti e dell’amore per la letteratura.


2666. Il suo capolavoro pubblicato postumo. Oltre 1000 pagine di storie che contengono altre storie, vite di critici letterari intrecciate da un comune fine : la ricerca del seme del male all’interno dei loro testi.


Notturno cileno. ultima opera dello scrittore e summa di quella solitudine e nostalgia che pervade tutte le sue opere. La storia di una notte insonne, passata a rivangare errori di giovinezza, la storia del Cile e le molte contraddizioni che lo caratterizzano.

Questi i nomi che sembrano fare capolino nelle conversazioni tra lettori con più impeto, ma c’è un altro nome che da poco sta incuriosendo gli amanti della lettura.

Un nome sconosciuto alla maggioranza ma che per scrittura e qualità del testo merita menzione e luci di ribalta: Matsumoto Seicho.  Il Simenon giapponese, appellativo che ormai conoscono pure i sassi, è in assoluto una delle voci più affascinanti delle ultime pubblicazioni adelphiane. E a tal riguardo approfitto di questo spazio per tramutare le mie righe in una petizione per avere altre pubblicazioni dello scrittore. Perché tre opere non ci bastano, se scrivi tanto bene, non possono bastarci.


Partiamo con la prima opera pubblicata da Adelphi nel 2018: Tokyo Express, un’indagine sulla morte di due amanti ,intersezioni di linee ferroviarie, orari dei treni, dialetti delle regioni interni di un Giappone rurale e non ancora modernizzato.
La ragazza del Kyushu. Una storia di vendetta, un morto a cui rendere giustizia e un finale che ribalta la bilancia del male e del bene.
Terzo titolo, che non è incluso negli sconti perché pubblicato a novembre, ma che sento di consigliare fortemente: Un posto tranquillo. L’elegante indagine personale di un marito sulla morte della moglie e lo stravolgimento della personalità di fronte alla paura. Perfetto, accattivante, geniale.

Una domanda ricorrente postami è una sorta di classifica dei libri del catalogo Adelphi da leggere assolutamente. Risposta che non andrà bene per tutti i lettori. Innanzitutto perché fare una classifica su scrittori diversi, generi e stili letterari è poco credibile e odora di leggerezza. A questo aggiungiamo il gusto personale, citato a inizio papiro, che mi porta a scegliere col cuore.

Non so quali siano i titoli immancabili da avere in libreria, ci sono libri che mi hanno detto tanto ma a qualcuno lo stesso testo potrebbe fare scena muta e viceversa. Quindi quella che segue è una lista, nome brutto ma che rende perfettamente il senso pratico per cui nasce, di titoli che a mio parere sono capisaldi del catalogo Adelphi e che portano il lettore sulla traccia di quel fil rouge che lega ogni opera del catalogo a un’altra. Perché diciamolo, non si leggono i libri di questa casa editrice perché fa figo, si scelgono titoli di questo editore perché all’interno di ogni storia c’è un rimando a un altro autore, altro argomento, altro testo e coglierlo e seguire le sue tracce  ci porta inevitabilmente a scegliere altri titoli.
Ecco i miei titoli preferiti, per autore, oltre alle opere citate in precedenza:


Le braci- Marai
Il velo dipinto – Maugham
Mentre morivo- Faulkner
L’avversario- Carrère
L’insostenibile leggerezza dell’essere- Kundera
La donna di Gilles- Bourdouxhe
Siddaharta – Hesse
Follia – McGrath
L’incubo di Hill House- Jackson
Il vino della solitudine – Némirovsky
Leggere Lolita a Teheran
Lezioni di letteratura- Nabokov
I diari di Silvia Plath
Addio a Berlino- Isherwood
Il mare non bagna Napoli – Ortese
Il grande mare dei Sargassi- Rhys
Paura – Zweig
La pelle- Malaparte

Avrò certamente dimenticato qualcuno e  fatto torto ad altri, ma questi al momento sono i titoli che fanno baruffa nella mente per esser ricordati. Non mi dimentico di Borges, Dürrenmatt, i fratelli Singer, Dumas, Tolkien e tante altre penne meravigliose, ma devo pur dare un termine alla lista.


Chiudo con un titolo, che porto nel cuore per un motivo speciale, titolo che mi è corso in aiuto per comprendere al meglio il potenziale delle pubblicazioni Adelphi: L’impronta dell’editore di Roberto Calasso.

È questo l’unico e vero vademecum a cui affidarsi per comprendere la mission della casa editrice e leggere le immagini lì dove la quarta di copertina non ci aiuta.


Spero che queste chiacchiere vi risultino utili, non sono diverse da quelle che racconto ogni giorno, sono solo fissate per evitare che vengano perse.
Buoni sconti, buone letture.

Gente nel tempo – Massimo Bontempelli

Utopia Editore

Ho incontrato Bontempelli molte volte quando leggevo di Anna Maria Ortese , i due erano amici e condividevano sfumature dello stesso stile, ma ammetto che il suo nome non mi aveva mai ispirato nessuna lettura. Quando Utopia Editore ha deciso di pubblicare “Gente nel tempo” tra le sue prime opere, la curiosità ha finalmente fatto capolino. Alleluja, aggiungerei!

Se parliamo di realismo magico la mente corre a Gabriel Garcia Marquez ma Massimo Bontempelli ha proposto questo genere molto prima dello scrittore colombiano, precisamente negli anni 30 di quel Novecento che lui ha vissuto pienamente, da spettatore e da attore. Ma veniamo a “Gente nel tempo”, un romanzo perfetto nello stile e nel contenuto, un testo ad alto tasso di bravura.

Vi racconto la storia : l’anziana capostipite della famiglia ligure dei Medici muore lasciando ai cari una criptica (e rognosetta) profezia : nessuno di loro morirà vecchio (e consiglia anche di non mettere al mondo altri bimbi data l’inettitudine dei loro caratteri). Insomma, tanto simpatica la “Gran Vecchia“!
Com’è giusto che sia, i familiari un po’ di ansia iniziano ad avvertirla, anche perché quando si è vecchi? Qual è il termine per iniziare ad aver paura?

“Ho trentacinque anni. Giovine certo. Ma che cosa è vecchio? Che cosa vuol dire non morire vecchio?… Per la prima volta vide, in un futuro qualunque, la propria morte”

La profezia si avvera, ogni 5 anni un familiare muore, dapprima sembra un caso ma quando il parroco del paese fa notare che la maledizione è bella che lanciata inizia in paese il “toto-morte“.

Ultime della dinastia due sorelle, bimbette al tempo della predizione e ora donne adulte divise fra il legame di sangue e la speranza che la morte colga l’altra.

“Dirce e Nora non possono passare cinque anni a guardarsi negli occhi e pensando alla scadenza orrenda, la natura umana a tanto non regge… forse par loro aver da combattere un nemico comune, non sanno rassegnarsi a capire che contro quello non si lotta”

Bontempelli per questa storia si è ispirato a una storia vera e vi assicuro che la sua versione letteraria (modificata e romanzata) dei fatti è talmente ben descritta che ci si dimentica di stare tra le pagine di un libro e non tra le pagine di un giornale dellacronaca locale.
La storia è geniale, affascinante, impregnata di quell’assurdo che tanto fa pensare. La scena si apre con la visione di questa vecchia despota che dal letto di morte dispone di persone e azioni, comanda a destra, decide a manca e la penna di Bontempelli ci fa avvertire il peso di quella presa di posizione, la volontà di diventare invisibili per non trovarsi in quella situazione scomoda. La storia procede a un ritmo piacevole, l’esito della morte della Gran Vecchia coglie ognuno in modo diverso: chi si gode la rinnovata libertà e chi ha difficoltà decisionale senza l’egida della vecchia ma tutti iniziano a fare i conti con la paura della morte. Perché che la morte colga tutti è cosa certa, ma cosa accadrebbe se fossimo a conoscenza del suo arrivo? Che vita sarebbe se avessimo i termini per il conto alla rovescia? Bontempelli miscela una storia fantastica a temi di psicologia e filosofia, incanta il lettore con una scrittura raffinata e lo porta a porsi domande sul più grande taboo dell’uomo : la morte e lo scorrere del tempo, un tempo padrone che stupidamente ci illudiamo di padroneggiare rimandando di vivere.
Punto di forza la voce del popolo che spettegola, calunnia e di bocca in bocca fa camminare un dramma familiare colorandolo di un’assurda comicità e di macabro humour. Standing Ovation!

La forma del silenzio – Stefano Corbetta

Ponte alle Grazie editore

Che rumore fa il silenzio?

Leo ha 6 anni è sordo e in casa utilizza il linguaggio dei segni. Le mani, quei movimenti nell’aria sono il solo modo che Leo e la sua famiglia hanno per comunicare, per amarsi. Arrivato in età scolastica però Leo viene mandato a Milano al Tarra, un istituto per bimbi sordi. Siamo nel 1964 e il linguaggio dei segni è vietato nelle scuole preferendogli l’oralismo, il metodo basato sul l’espressione verbale e la lettura delle labbra. Restare lì 5 giorni a settimana è difficile, il bambino è terrorizzato e una notte nevosa Leo scompare senza fare più ritorno.

Questa è per grosse linee la sinossi de “La forma del silenzio”, nuovo libro di Stefano Corbetta per la casa editrice Ponte alle Grazie.
Più che una sinossi somiglia a un appello, una sorta di preghiera a cui il lettore si sente chiamato a rispondere, la necessità di capire cos’è successo a quel bambino.
Ed è così che mi sono sentita sin dalla prima pagina, come se potessi essere utile, come se non potessi far finta di nulla. Così ho conosciuto Leo e il suo mondo di silenzi, i suoi genitori ma soprattutto sua sorella Anna che più di tutti riusciva a comunicare con lui.
Ho assistito allo sgomento di una madre che vede inghiottito il proprio figlio nel nulla, ho sbattuto la testa contro il muro di dolore creato dal padre e ho visto rinascere una piccola speranza nel cuore di Anna quando a 19 anni dalla scomparsa si fa vivo qualcuno che forse quella notte del 1964 ha visto qualcosa che possa far luce sulla vicenda.

“Era una notte di neve. Io e Leo eravamo davanti alla scuola. Poi arrivò un uomo e lo portò via”.

Tralasciando le sfumature da giallo che prende la storia, sfumature tra l’altro giostrate abilmente fino alla fine, quello che ho apprezzato è la capacità di Stefano Corbetta di raccontare l’incomunicabilità. Dare forma e peso a qualcosa che non c’è è compito arduo eppure tra le pagine avvertiamo quella zavorra di dolore, la frustrazione nel non riuscire a trovare il giusto modo di comunicare, che siano parole o che siano sentimenti e segreti.
Sentimenti che arrivano disturbati e ovattati come quando si è sott’acqua e le voci per quanto vicine arrivano indecifrabili. Perché c’è una sordità fisica in queste pagine ma ancor di più c’è una sordità dell’anima.
In un tempo in cui la comunicazione è ai massimi livelli, dove tutti hanno modo di metter bocca su tutto e le distanze sono abbattute, La forma del silenzio ci porta a comprendere il peso delle parole, alla necessità di uscire dal nostro orticello e a cercare nuove chiavi di lettura per comprendere gli altri e non fermarsi alle apparenze.

Lo chiamarono Gigi Potter

Lo chiamarono Gigi Potter – Daniela Carelli

Gigi è un bimbo come tanti, ama leggere, conosce a memoria la storia di Harry Potter e vive a Milano con la famiglia :la sorella gemella Ida, viziata e noiosetta, il padre Antonio e la madre Elvira, quest’ultima di Milano non ne vuole sapere, sogna di ritornare a Napoli (terra natìa sua e del marito) e vive aspettando il momento di ritornare a quella che per lei è Casa. L’occasione si presenta quando ad Antonio viene proposto di diventare custode del Maschio Angioino, tutta la famiglia fa così ritorno alle origini.


“Un treno potrebbe raccontare migliaia di storie, ma quella che interessa a noi riguarda una famiglia come tante, normale, che corre incontro a un futuro che di normale non avrà niente”

Già raccontata così, la sinossi di “Lo chiamarono Gigi Potter” ha qualcosa di magico, ma vi assicuro che questo non è nulla. Daniela Carelli, scrittrice, compositrice e vocal coach, torna a parlare della sua città e lo fa col trasporto di chi la ama e l’accuratezza di chi la conosce.


Ma veniamo a Gigi, a questo protagonista che ti entra nel cuore e che ami già dalla prima pagina. Gigi ama Harry Potter, come dicevo, lo ama a tal punto da vedere similitudini tra la sua vita e quella del maghetto. Lo ama al punto da pensare che dietro le parole sibilline di un vecchio in treno ci sia Silente, che il piccione viaggiatore a cui dovrà badare sia la sua Edwige e che San Gregorio Armeno, la via dei presepi, sia Diagon Alley!
La famigliola, quindi, fa ritorno a Napoli per andare a vivere non in una residenza qualunque ma nel Maschio Angioino.

“I castelli sono vivi.
Questa fu la prima sensazione che, prepotente e inaspettata, balenò nella mente di ciascun membro della nostra famigliola quando si ritrovò al centro del cortile monumentale, trasudante storia da ogni singola pietra, crepa, interstizio”

Lo stupore della famiglia è tanto, tra mura secolari e torri impareranno a leggersi dentro ad amarsi ancora di più ma conosceranno anche la paura e l’impotenza nel contrastare le angherie e le brutture della città.
La storia è un omaggio alla città di Napoli, se ne avverte il calore e la maestosità ad ogni pagina che trasuda di chicche storico-artistiche e che rendono la narrazione meno stereotipata ( la passeggiata dalla stazione al Maschio Angioino è descritta benissimo ).

“Aveva la sensazione di essere stato richiamato a quel luogo, di avere sempre sentito quella voce, senza essere mai riuscito a darle un nome. Oggi sapeva a chi apparteneva: a Napoli.”

Ma la vera protagonista di questa storia è la famiglia, legame più forte di ogni pozione magica, filtro contro ogni dolore, corda che tiene uniti in una bolla di protezione. La famiglia raccontata da Daniela Carelli si ama in silenzio, si benedice con uno sguardo e si abbraccia con un sorriso, così il rito della conserva fatto tra le imponenti mura del Castello prende il sapore di un rito ancestrale in cui tutti i familiari sono invitati a contribuire con un ingrediente.

Un aspetto che ho molto apprezzato è l’importanza che questo libro dà alla lettura, Gigi vive situazioni “particolari” perché ha allenato la fantasia, accetta i cambiamenti e la curiosità lo porta a crescere e a interrogarsi sulle cose, Gigi non vive passivamente il passaggio all’adolescenza ma va incontro alla vita col suo bagaglio di incertezze pronte a trasformarsi in esperienza. Daniela Carelli senza pedanteria tratta temi forti quali il bullismo, il razzismo , l’omosessualità e la tossicodipendenza attualizzando la storia senza caricarla di luoghi comuni e facili cliché.

Un libro positivo, piacevole, ben scritto e che mira a raccontare sentimenti genuini senza inseguire la moda del momento di stupire con manierismi e narrazioni contorte a riprova che anche una storia familiare può esser magica.

“Lo chiamarono Gigi Potter” è acquistabile su Amazon al prezzo di 13,90€ questo il link all’acquisto :https://www.amazon.it/chiamarono-Gigi-Potter-Daniela-Carelli/dp/B08CPBHYSK/ref=mp_s_a_1_1?dchild=1&keywords=lo+chiamarono+gigi+potter&qid=1599475220&sprefix=Lo+chiamarono+&sr=8-1

Topolino c’è

Topolino Magazine

La mia vita da lettrice è iniziata tra le pagine di Topolino e se penso alla mia infanzia Topolino c’è sempre stato: nella borsa del mare indurito dalla salsedine, stropicciato dal vento di una corsa in bici, oppure come superstite sotto un ammasso di giocattoli. Perché una cosa è certa, Topolino una volta letto non lo butti come fai con una rivista o un quotidiano, Topolino resta con te a testimonianza del tempo che passa.

Ma per me Topolino è stato molto di più, sono una sorella minore e in quanto tale ho dovuto sottostare alle gerarchie che si innescano tra fratelli, quindi io potevo leggere Topolino solo quando lo aveva terminato mio fratello. Quando finalmente potevo averlo tutto per me mi sentivo doppiamente felice, anche se le pagine non erano più tirate a lucido. Quindi Topolino mi ha insegnato le prime regole sociali… ma anche ad avere pazienza!
Ancora, Topolino mi ha insegnato a disegnare. Armata di carta pergamena ricopiavo le copertine e quelle scritte tondeggianti, quanto impegno nel tentare di fare quelle orecchie tonde, il fiocco di Minnie e il becco di Paperino? Quello era level pro!
Ma Topolino mi ha insegnato anche il senso di giustizia e le buone maniere perché in ogni storia c’è un insegnamento e un riferimento agli avvenimenti reali. Negli anni ho visto questo fumetto stare al passo coi tempi senza mai snaturarsi o perdere identità, si è adattato al mondo dei lettori senza perdere magia.
Topolino è stato anche la mia prima wishlist perché in previsione del Natale le pubblicità dei giocattoli tra le pagine venivano segnate con una X e mostrate a mamma e papà con vaga nonchalance.
Ma più di ogni cosa Topolino mi ha insegnato a sognare, mi ha confortato dopo un brutto voto e mi ha tenuto compagnia come un amico in carne e ossa.
Ora che ho un bimbo di 5 anni Topolino è presenza costante, il mercoledì in edicola è appuntamento fisso e quando vedo Francesco sfogliare le pagine mi sembra di vedere Topolino farmi un occhiolino.
Topolino è nella vita di tutti.
Topolino c’è.

Topolino è in edicola ogni mercoledì, a seguire il link dove trovare news e anteprime : https://www.topolino.it/

E qui il link dove potrete vedere come Topolino ha invaso la mia casa : https://www.instagram.com/p/CEoNqZooN08/?igshid=gsh0vw8kq6u9

Il ritorno di Liv Stromquist

Liv Stromquist è tornata, più attenta e sagace che mai e mi viene da pensare che avrei avuto bisogno del suo aiuto da ragazza, quando inciampavo in un pentathlon di casi umani o mi immolavo sull’altare degli amori sbagliati, quante lacrime avrei evitato, quante ansie mi sarei risparmiata!

Ad ogni modo lei c’è, con un nuovo saggio e il solito acume.
Ispirandosi al verso di una
poesia di Hilda Dolittle “La rosa più rossa si schiude”
la fumettista e attivista politica svedese affronta nel suo nuovo lavoro le dinamiche relazionali, le paure, i bisogni e i meccanismi spesso sbagliati che entrano in gioco nei rapporti d’amore.

Liv Stromquist prende ad esempio coppie famose, cliché e atteggiamenti quotidiani per analizzare come sono cambiati i nostri desideri in risposta ai cambiamenti sociali e lo fa citando filosofi, sociologi e psicologi ma anche attori e cantanti.
Dall’incapacità a portare avanti una storia duratura perché troppo presi ad ascoltare il ticchettio dell’orologio biologico che diventa giudice delle nostre relazioni, la Stromquist ci racconta come la necessità femminile di realizzarsi nel lavoro abbia ristretto i tempi da dedicare a un piano familiare e come il dialogo tra persone che si attraggono risenta di questi ritmi non sempre in sincrono.
Tutto parte da Leonardo di Caprio e la sua ossessione per le fidanzate tutte uguali, atteggiamento che rappresenta l’incapacità di lasciardi andare all’amore preferendo una continua ricerca di stessi nel partner.

Attraverso Fromm, Platone, Kierkegaard, ma anche il conte Vronsky e Byron, Liv Stromquist ci racconta che non è poi tanto sbagliato dichiararsi all’oggetto del nostro desiderio, che anche soffrire (con moderazione) fa parte dell’innamoramento e che per seguire l’idea di self- empowerment (sono forte, sto bene anche sola /o, mi rialzo subito dopo un dolore) abbiamo dimenticato che amare vuol dire accettare l’altro così com’è, coi suoi difetti e la sua unicità. Insomma, la perfezione non esiste. Siamo sinceri, basta una doppia spunta blu a cui non c’è risposta per andare in tilt, ma l’amore può concentrarsi nello spazio di quel carattere digitale? Questo non vuol dire accettare una storia che ci rende infelice o sopportare un rapporto tossico ma affrontare il rapporto senza ansia da prestazione e con più spontaneità.
Stra consigliato perché Liv è come l’amica che dice qualcosa di saggio facendoti rinsavire mentre in pigiama piangi, ti ingozzi e ascolti canzoni deprimenti.

Un uomo a pezzi

Arriva in corner, come un cuscinetto tra la fine dell’estate e l’inizio degli impegni il nuovo libro di Francesco Muzzopappa. Muzzopappa è sicurezza, come il barattolo di Nutella che ti scofani quando sei giù o la tazza di caffè per fare pausa con un amico.
Conoscevo già la sua scrittura, sono stata conquistata da Dente per dente anni fa e con Heidi ho suggellato il mio amore ma è con la raccolta di racconti autobiografici “Un uomo a pezzi” (da oggi 27 agosto in libreria per Fazi edizitore) che a mio parere Muzzopappa ha dato il meglio sé.
Tasselli e frammenti della sua vita divisa tra la vita frenetica a Milano e i suoi ricordi in una Puglia anni ’80 che stringe il cuore.
È difficile far ridere senza cliché e ancor di più è difficile far ridere con intelligenza, Muzzopappa ci riesce alla grande perché riesce a impregnare di filosofia la quotidianità e a ragionare su cose semplici che diamo per scontate. Ed è in questo cammino tra la sua quotidianità e il suo passato che viene fuori un quadro completo della società attuale: le mode alimentari e le cure alternative, la mancanza di tempo e l’incapacità di comunicare pur vivendo nello stesso condominio, l’apertura ad altre culture e ad altri modi di pensare.

Ma è quando Muzzopappa fa un passo indietro nei ricordi che il cuore sfalsa un battito perché per me vissuta negli anni 80 in quel sud che lui racconta tanto bene è impossibile non riconoscersi e non avere deja vu.

Riti che facevano famiglia, ruoli che insegnavano le gerarchie, l’attesa per le piccole gioie. “Un uomo a pezzi” è tutto questo, leggero come il profumo del pomodoro ma intenso come il suo sapore.

Giro di books

Il planner settembrino dei lettori

Giro di books, un giro di parole un pò scemo per indicare lo sprint finale alla chiusura di questo 2020 incerto, indimenticabile e simpatico come la Umbridge e Sauron messi insieme. Settembre è il regno dei buoni propositi ma è anche la soffitta delle cose rimandate. Insomma a settembre già è tanto se riesci a svegliarti in orario e capire che la sveglia che suona è proprio la tua!
Per motivarti in qualcosa di meno faticoso ed estenuante di una dieta o un corso di fit boxe ho creato un calendario per tenerci compagnia, scoprire nuove letture e perché no, rispolverare titoli dalla tua libreria. Sono 30 tappe, c’è da fare anche la domenica ma nulla di complicato, la domenica sarà un incontro più intimo per conoscere chi c’è dietro la tua pagina e abbattere un pò le distanze.
I temi sono vari, tra un saggio e un classico ci ho infilato #unadcazzumversion, te lo presto perché fa allegria (poi mi dirai quanto è liberatorio)
Come partecipare?
Con un post, un reel (io mi diverto a farli ma sono incapace e forse vecchiotta) o una storia (ma quest’ultima dura poco e fa tristezza) utilizzando l’hastag #girodibooks e #girodibooks + numero del giorno (es. #girodibooks14)
Cosa si vince? Nulla, nada, nothing. Ma i post (o i reels) più rappresentativi del giorno li porterò nelle mie stories. Lo so, magra consolazione ma basta il pensieroh!
È un contest fotografico? No, nessuna ansia da prestazione, non è una gara a chi fa la foto più bella.
E se salto un giorno? Pazienza! tu sei l’unico padrone della tua pagina e se un giorno (ma anche 10) vuoi postare la foto di un tramonto o delle polpette di mammà sei libero di farlo.
Credi che settembre sarà un mese migliore se partecipo? Ne dubito fortemente ma forse nasceranno nuovi incontri tra te e un nuovo scrittore oppure tra te e un lettore.
Quindi perché no?
Ogni giorno dedicherò delle stories per spiegare la tappa del giorno, qui ti lascio il calendario da utilizzare.

Mi raccomando porta con te leggerezza e divertimento.

Manu

Nella stanza chiusa – Frances H. Burnett

Il testo integrale per la prima volta in Italia

Sono legata a Frances Hodgson Burnett, a lei devo il mio battesimo dei libri. Tra le pagine de “Il giardino segreto” ci ho passato l’infanzia e grazie alla passione di Caravaggio editore, una casa editrice che oltre alla narrativa contemporanea si prodiga nel recupero di classici dimenticati, ho potuto fare un salto nel tempo e leggere nuovamente della mia “madrina dei libri”.


Il testo è “Nella stanza chiusa” un romanzo breve scritto in una torrida estate del 1903 che come ogni titolo della Burnett ha solo la parvenza del libro per bambini ma che in realtà nasconde tra le pagine un microcosmo che sussurra ai grandi.
La storia è ambientata in un’appiccicosa estate americana, dove tutto infastidisce e dove ogni rumore è acuito dalla noia. La protagonista è Judith, una bimba taciturna amante della solitudine,figlia di genitori troppo presi dal lavoro per darle attenzioni e calore. Il suo passatempo è giocare in un angolo della sua stanza, parlando tra sé di una zia defunta (sorella della mamma), che lei non ha mai conosciuto ma che ha imparato a conoscere attraverso i sbiaditi ricordi materni.

Il legame con questa zia sconosciuta , deceduta a soli 15 anni, le è tanto caro che la sogna spesso, quasi a comando e tutte le volte che lo desidera.
La morte della giovane zia non viene mai apertamente affrontata con Judith poiché sua madre “non crede opportuno parlare ai ragazzini di gente morta”.


A movimentare la vita di Judith il nuovo impiego della madre, impegnata nella cura e nella sorveglianza di una grande casa abbandonata in montagna. Una casa vissuta fino a poco tempo prima e abbandonata all’improvviso, come se fossero tutti scappati lasciando infissi aperti e vite cristallizzate. Ed ecco qui la mano della Burnett agire come solo lei sa fare, con un solo elemento stravolge la storia : la casa ha una sola stanza chiusa, stanza al quale richiamo Judith non riesce a resistere…
Non vi racconto altro perché il pathos in queste pagine è alto e non voglio rovinare la lettura ad eventuali lettori ma lasciatemi dire che tra queste righe ci sono temi fortissimi trattati abilmente.

Illustrazioni di Jessie Wilcox Smith


C’è da fare un passo indietro alla stesura della storia, la Burnett perse il suo figlioletto e tutto il dolore e lo sgomento per la perdita sembra incanalato in quest’opera. Il tema della morte prematura quindi ma anche la morte raccontata ai bambini e la considerazione che si ha di loro nel gestire informazioni “da grandi”. Il simbolismo è forte, questa stanza chiusa che rappresenta la soglia della consapevolezza e della conoscenza (non a caso è all’ultimo piano, in alto). Il richiamo del proibito, il fascino della disobbedienza ci riportano a Mary e il suo giardino segreto ma “Nella stanza chiusa” si vestono di toni più cupi a tratti gotici e che non nascondo avermi regalato qualche brivido di terrore.

Il testo è stato curato e tradotto da Enrico De Luca e abbellito con le 8 tavole illustrate di Jessie Wilcox Smith che accompagnarono la prima edizione del romanzo.
Una chicca.