Gente nel tempo – Massimo Bontempelli

Utopia Editore

Ho incontrato Bontempelli molte volte quando leggevo di Anna Maria Ortese , i due erano amici e condividevano sfumature dello stesso stile, ma ammetto che il suo nome non mi aveva mai ispirato nessuna lettura. Quando Utopia Editore ha deciso di pubblicare “Gente nel tempo” tra le sue prime opere, la curiosità ha finalmente fatto capolino. Alleluja, aggiungerei!

Se parliamo di realismo magico la mente corre a Gabriel Garcia Marquez ma Massimo Bontempelli ha proposto questo genere molto prima dello scrittore colombiano, precisamente negli anni 30 di quel Novecento che lui ha vissuto pienamente, da spettatore e da attore. Ma veniamo a “Gente nel tempo”, un romanzo perfetto nello stile e nel contenuto, un testo ad alto tasso di bravura.

Vi racconto la storia : l’anziana capostipite della famiglia ligure dei Medici muore lasciando ai cari una criptica (e rognosetta) profezia : nessuno di loro morirà vecchio (e consiglia anche di non mettere al mondo altri bimbi data l’inettitudine dei loro caratteri). Insomma, tanto simpatica la “Gran Vecchia“!
Com’è giusto che sia, i familiari un po’ di ansia iniziano ad avvertirla, anche perché quando si è vecchi? Qual è il termine per iniziare ad aver paura?

“Ho trentacinque anni. Giovine certo. Ma che cosa è vecchio? Che cosa vuol dire non morire vecchio?… Per la prima volta vide, in un futuro qualunque, la propria morte”

La profezia si avvera, ogni 5 anni un familiare muore, dapprima sembra un caso ma quando il parroco del paese fa notare che la maledizione è bella che lanciata inizia in paese il “toto-morte“.

Ultime della dinastia due sorelle, bimbette al tempo della predizione e ora donne adulte divise fra il legame di sangue e la speranza che la morte colga l’altra.

“Dirce e Nora non possono passare cinque anni a guardarsi negli occhi e pensando alla scadenza orrenda, la natura umana a tanto non regge… forse par loro aver da combattere un nemico comune, non sanno rassegnarsi a capire che contro quello non si lotta”

Bontempelli per questa storia si è ispirato a una storia vera e vi assicuro che la sua versione letteraria (modificata e romanzata) dei fatti è talmente ben descritta che ci si dimentica di stare tra le pagine di un libro e non tra le pagine di un giornale dellacronaca locale.
La storia è geniale, affascinante, impregnata di quell’assurdo che tanto fa pensare. La scena si apre con la visione di questa vecchia despota che dal letto di morte dispone di persone e azioni, comanda a destra, decide a manca e la penna di Bontempelli ci fa avvertire il peso di quella presa di posizione, la volontà di diventare invisibili per non trovarsi in quella situazione scomoda. La storia procede a un ritmo piacevole, l’esito della morte della Gran Vecchia coglie ognuno in modo diverso: chi si gode la rinnovata libertà e chi ha difficoltà decisionale senza l’egida della vecchia ma tutti iniziano a fare i conti con la paura della morte. Perché che la morte colga tutti è cosa certa, ma cosa accadrebbe se fossimo a conoscenza del suo arrivo? Che vita sarebbe se avessimo i termini per il conto alla rovescia? Bontempelli miscela una storia fantastica a temi di psicologia e filosofia, incanta il lettore con una scrittura raffinata e lo porta a porsi domande sul più grande taboo dell’uomo : la morte e lo scorrere del tempo, un tempo padrone che stupidamente ci illudiamo di padroneggiare rimandando di vivere.
Punto di forza la voce del popolo che spettegola, calunnia e di bocca in bocca fa camminare un dramma familiare colorandolo di un’assurda comicità e di macabro humour. Standing Ovation!

La forma del silenzio – Stefano Corbetta

Ponte alle Grazie editore

Che rumore fa il silenzio?

Leo ha 6 anni è sordo e in casa utilizza il linguaggio dei segni. Le mani, quei movimenti nell’aria sono il solo modo che Leo e la sua famiglia hanno per comunicare, per amarsi. Arrivato in età scolastica però Leo viene mandato a Milano al Tarra, un istituto per bimbi sordi. Siamo nel 1964 e il linguaggio dei segni è vietato nelle scuole preferendogli l’oralismo, il metodo basato sul l’espressione verbale e la lettura delle labbra. Restare lì 5 giorni a settimana è difficile, il bambino è terrorizzato e una notte nevosa Leo scompare senza fare più ritorno.

Questa è per grosse linee la sinossi de “La forma del silenzio”, nuovo libro di Stefano Corbetta per la casa editrice Ponte alle Grazie.
Più che una sinossi somiglia a un appello, una sorta di preghiera a cui il lettore si sente chiamato a rispondere, la necessità di capire cos’è successo a quel bambino.
Ed è così che mi sono sentita sin dalla prima pagina, come se potessi essere utile, come se non potessi far finta di nulla. Così ho conosciuto Leo e il suo mondo di silenzi, i suoi genitori ma soprattutto sua sorella Anna che più di tutti riusciva a comunicare con lui.
Ho assistito allo sgomento di una madre che vede inghiottito il proprio figlio nel nulla, ho sbattuto la testa contro il muro di dolore creato dal padre e ho visto rinascere una piccola speranza nel cuore di Anna quando a 19 anni dalla scomparsa si fa vivo qualcuno che forse quella notte del 1964 ha visto qualcosa che possa far luce sulla vicenda.

“Era una notte di neve. Io e Leo eravamo davanti alla scuola. Poi arrivò un uomo e lo portò via”.

Tralasciando le sfumature da giallo che prende la storia, sfumature tra l’altro giostrate abilmente fino alla fine, quello che ho apprezzato è la capacità di Stefano Corbetta di raccontare l’incomunicabilità. Dare forma e peso a qualcosa che non c’è è compito arduo eppure tra le pagine avvertiamo quella zavorra di dolore, la frustrazione nel non riuscire a trovare il giusto modo di comunicare, che siano parole o che siano sentimenti e segreti.
Sentimenti che arrivano disturbati e ovattati come quando si è sott’acqua e le voci per quanto vicine arrivano indecifrabili. Perché c’è una sordità fisica in queste pagine ma ancor di più c’è una sordità dell’anima.
In un tempo in cui la comunicazione è ai massimi livelli, dove tutti hanno modo di metter bocca su tutto e le distanze sono abbattute, La forma del silenzio ci porta a comprendere il peso delle parole, alla necessità di uscire dal nostro orticello e a cercare nuove chiavi di lettura per comprendere gli altri e non fermarsi alle apparenze.

Lo chiamarono Gigi Potter

Lo chiamarono Gigi Potter – Daniela Carelli

Gigi è un bimbo come tanti, ama leggere, conosce a memoria la storia di Harry Potter e vive a Milano con la famiglia :la sorella gemella Ida, viziata e noiosetta, il padre Antonio e la madre Elvira, quest’ultima di Milano non ne vuole sapere, sogna di ritornare a Napoli (terra natìa sua e del marito) e vive aspettando il momento di ritornare a quella che per lei è Casa. L’occasione si presenta quando ad Antonio viene proposto di diventare custode del Maschio Angioino, tutta la famiglia fa così ritorno alle origini.


“Un treno potrebbe raccontare migliaia di storie, ma quella che interessa a noi riguarda una famiglia come tante, normale, che corre incontro a un futuro che di normale non avrà niente”

Già raccontata così, la sinossi di “Lo chiamarono Gigi Potter” ha qualcosa di magico, ma vi assicuro che questo non è nulla. Daniela Carelli, scrittrice, compositrice e vocal coach, torna a parlare della sua città e lo fa col trasporto di chi la ama e l’accuratezza di chi la conosce.


Ma veniamo a Gigi, a questo protagonista che ti entra nel cuore e che ami già dalla prima pagina. Gigi ama Harry Potter, come dicevo, lo ama a tal punto da vedere similitudini tra la sua vita e quella del maghetto. Lo ama al punto da pensare che dietro le parole sibilline di un vecchio in treno ci sia Silente, che il piccione viaggiatore a cui dovrà badare sia la sua Edwige e che San Gregorio Armeno, la via dei presepi, sia Diagon Alley!
La famigliola, quindi, fa ritorno a Napoli per andare a vivere non in una residenza qualunque ma nel Maschio Angioino.

“I castelli sono vivi.
Questa fu la prima sensazione che, prepotente e inaspettata, balenò nella mente di ciascun membro della nostra famigliola quando si ritrovò al centro del cortile monumentale, trasudante storia da ogni singola pietra, crepa, interstizio”

Lo stupore della famiglia è tanto, tra mura secolari e torri impareranno a leggersi dentro ad amarsi ancora di più ma conosceranno anche la paura e l’impotenza nel contrastare le angherie e le brutture della città.
La storia è un omaggio alla città di Napoli, se ne avverte il calore e la maestosità ad ogni pagina che trasuda di chicche storico-artistiche e che rendono la narrazione meno stereotipata ( la passeggiata dalla stazione al Maschio Angioino è descritta benissimo ).

“Aveva la sensazione di essere stato richiamato a quel luogo, di avere sempre sentito quella voce, senza essere mai riuscito a darle un nome. Oggi sapeva a chi apparteneva: a Napoli.”

Ma la vera protagonista di questa storia è la famiglia, legame più forte di ogni pozione magica, filtro contro ogni dolore, corda che tiene uniti in una bolla di protezione. La famiglia raccontata da Daniela Carelli si ama in silenzio, si benedice con uno sguardo e si abbraccia con un sorriso, così il rito della conserva fatto tra le imponenti mura del Castello prende il sapore di un rito ancestrale in cui tutti i familiari sono invitati a contribuire con un ingrediente.

Un aspetto che ho molto apprezzato è l’importanza che questo libro dà alla lettura, Gigi vive situazioni “particolari” perché ha allenato la fantasia, accetta i cambiamenti e la curiosità lo porta a crescere e a interrogarsi sulle cose, Gigi non vive passivamente il passaggio all’adolescenza ma va incontro alla vita col suo bagaglio di incertezze pronte a trasformarsi in esperienza. Daniela Carelli senza pedanteria tratta temi forti quali il bullismo, il razzismo , l’omosessualità e la tossicodipendenza attualizzando la storia senza caricarla di luoghi comuni e facili cliché.

Un libro positivo, piacevole, ben scritto e che mira a raccontare sentimenti genuini senza inseguire la moda del momento di stupire con manierismi e narrazioni contorte a riprova che anche una storia familiare può esser magica.

“Lo chiamarono Gigi Potter” è acquistabile su Amazon al prezzo di 13,90€ questo il link all’acquisto :https://www.amazon.it/chiamarono-Gigi-Potter-Daniela-Carelli/dp/B08CPBHYSK/ref=mp_s_a_1_1?dchild=1&keywords=lo+chiamarono+gigi+potter&qid=1599475220&sprefix=Lo+chiamarono+&sr=8-1

Topolino c’è

Topolino Magazine

La mia vita da lettrice è iniziata tra le pagine di Topolino e se penso alla mia infanzia Topolino c’è sempre stato: nella borsa del mare indurito dalla salsedine, stropicciato dal vento di una corsa in bici, oppure come superstite sotto un ammasso di giocattoli. Perché una cosa è certa, Topolino una volta letto non lo butti come fai con una rivista o un quotidiano, Topolino resta con te a testimonianza del tempo che passa.

Ma per me Topolino è stato molto di più, sono una sorella minore e in quanto tale ho dovuto sottostare alle gerarchie che si innescano tra fratelli, quindi io potevo leggere Topolino solo quando lo aveva terminato mio fratello. Quando finalmente potevo averlo tutto per me mi sentivo doppiamente felice, anche se le pagine non erano più tirate a lucido. Quindi Topolino mi ha insegnato le prime regole sociali… ma anche ad avere pazienza!
Ancora, Topolino mi ha insegnato a disegnare. Armata di carta pergamena ricopiavo le copertine e quelle scritte tondeggianti, quanto impegno nel tentare di fare quelle orecchie tonde, il fiocco di Minnie e il becco di Paperino? Quello era level pro!
Ma Topolino mi ha insegnato anche il senso di giustizia e le buone maniere perché in ogni storia c’è un insegnamento e un riferimento agli avvenimenti reali. Negli anni ho visto questo fumetto stare al passo coi tempi senza mai snaturarsi o perdere identità, si è adattato al mondo dei lettori senza perdere magia.
Topolino è stato anche la mia prima wishlist perché in previsione del Natale le pubblicità dei giocattoli tra le pagine venivano segnate con una X e mostrate a mamma e papà con vaga nonchalance.
Ma più di ogni cosa Topolino mi ha insegnato a sognare, mi ha confortato dopo un brutto voto e mi ha tenuto compagnia come un amico in carne e ossa.
Ora che ho un bimbo di 5 anni Topolino è presenza costante, il mercoledì in edicola è appuntamento fisso e quando vedo Francesco sfogliare le pagine mi sembra di vedere Topolino farmi un occhiolino.
Topolino è nella vita di tutti.
Topolino c’è.

Topolino è in edicola ogni mercoledì, a seguire il link dove trovare news e anteprime : https://www.topolino.it/

E qui il link dove potrete vedere come Topolino ha invaso la mia casa : https://www.instagram.com/p/CEoNqZooN08/?igshid=gsh0vw8kq6u9

Il ritorno di Liv Stromquist

Liv Stromquist è tornata, più attenta e sagace che mai e mi viene da pensare che avrei avuto bisogno del suo aiuto da ragazza, quando inciampavo in un pentathlon di casi umani o mi immolavo sull’altare degli amori sbagliati, quante lacrime avrei evitato, quante ansie mi sarei risparmiata!

Ad ogni modo lei c’è, con un nuovo saggio e il solito acume.
Ispirandosi al verso di una
poesia di Hilda Dolittle “La rosa più rossa si schiude”
la fumettista e attivista politica svedese affronta nel suo nuovo lavoro le dinamiche relazionali, le paure, i bisogni e i meccanismi spesso sbagliati che entrano in gioco nei rapporti d’amore.

Liv Stromquist prende ad esempio coppie famose, cliché e atteggiamenti quotidiani per analizzare come sono cambiati i nostri desideri in risposta ai cambiamenti sociali e lo fa citando filosofi, sociologi e psicologi ma anche attori e cantanti.
Dall’incapacità a portare avanti una storia duratura perché troppo presi ad ascoltare il ticchettio dell’orologio biologico che diventa giudice delle nostre relazioni, la Stromquist ci racconta come la necessità femminile di realizzarsi nel lavoro abbia ristretto i tempi da dedicare a un piano familiare e come il dialogo tra persone che si attraggono risenta di questi ritmi non sempre in sincrono.
Tutto parte da Leonardo di Caprio e la sua ossessione per le fidanzate tutte uguali, atteggiamento che rappresenta l’incapacità di lasciardi andare all’amore preferendo una continua ricerca di stessi nel partner.

Attraverso Fromm, Platone, Kierkegaard, ma anche il conte Vronsky e Byron, Liv Stromquist ci racconta che non è poi tanto sbagliato dichiararsi all’oggetto del nostro desiderio, che anche soffrire (con moderazione) fa parte dell’innamoramento e che per seguire l’idea di self- empowerment (sono forte, sto bene anche sola /o, mi rialzo subito dopo un dolore) abbiamo dimenticato che amare vuol dire accettare l’altro così com’è, coi suoi difetti e la sua unicità. Insomma, la perfezione non esiste. Siamo sinceri, basta una doppia spunta blu a cui non c’è risposta per andare in tilt, ma l’amore può concentrarsi nello spazio di quel carattere digitale? Questo non vuol dire accettare una storia che ci rende infelice o sopportare un rapporto tossico ma affrontare il rapporto senza ansia da prestazione e con più spontaneità.
Stra consigliato perché Liv è come l’amica che dice qualcosa di saggio facendoti rinsavire mentre in pigiama piangi, ti ingozzi e ascolti canzoni deprimenti.

Un uomo a pezzi

Arriva in corner, come un cuscinetto tra la fine dell’estate e l’inizio degli impegni il nuovo libro di Francesco Muzzopappa. Muzzopappa è sicurezza, come il barattolo di Nutella che ti scofani quando sei giù o la tazza di caffè per fare pausa con un amico.
Conoscevo già la sua scrittura, sono stata conquistata da Dente per dente anni fa e con Heidi ho suggellato il mio amore ma è con la raccolta di racconti autobiografici “Un uomo a pezzi” (da oggi 27 agosto in libreria per Fazi edizitore) che a mio parere Muzzopappa ha dato il meglio sé.
Tasselli e frammenti della sua vita divisa tra la vita frenetica a Milano e i suoi ricordi in una Puglia anni ’80 che stringe il cuore.
È difficile far ridere senza cliché e ancor di più è difficile far ridere con intelligenza, Muzzopappa ci riesce alla grande perché riesce a impregnare di filosofia la quotidianità e a ragionare su cose semplici che diamo per scontate. Ed è in questo cammino tra la sua quotidianità e il suo passato che viene fuori un quadro completo della società attuale: le mode alimentari e le cure alternative, la mancanza di tempo e l’incapacità di comunicare pur vivendo nello stesso condominio, l’apertura ad altre culture e ad altri modi di pensare.

Ma è quando Muzzopappa fa un passo indietro nei ricordi che il cuore sfalsa un battito perché per me vissuta negli anni 80 in quel sud che lui racconta tanto bene è impossibile non riconoscersi e non avere deja vu.

Riti che facevano famiglia, ruoli che insegnavano le gerarchie, l’attesa per le piccole gioie. “Un uomo a pezzi” è tutto questo, leggero come il profumo del pomodoro ma intenso come il suo sapore.

Giro di books

Il planner settembrino dei lettori

Giro di books, un giro di parole un pò scemo per indicare lo sprint finale alla chiusura di questo 2020 incerto, indimenticabile e simpatico come la Umbridge e Sauron messi insieme. Settembre è il regno dei buoni propositi ma è anche la soffitta delle cose rimandate. Insomma a settembre già è tanto se riesci a svegliarti in orario e capire che la sveglia che suona è proprio la tua!
Per motivarti in qualcosa di meno faticoso ed estenuante di una dieta o un corso di fit boxe ho creato un calendario per tenerci compagnia, scoprire nuove letture e perché no, rispolverare titoli dalla tua libreria. Sono 30 tappe, c’è da fare anche la domenica ma nulla di complicato, la domenica sarà un incontro più intimo per conoscere chi c’è dietro la tua pagina e abbattere un pò le distanze.
I temi sono vari, tra un saggio e un classico ci ho infilato #unadcazzumversion, te lo presto perché fa allegria (poi mi dirai quanto è liberatorio)
Come partecipare?
Con un post, un reel (io mi diverto a farli ma sono incapace e forse vecchiotta) o una storia (ma quest’ultima dura poco e fa tristezza) utilizzando l’hastag #girodibooks e #girodibooks + numero del giorno (es. #girodibooks14)
Cosa si vince? Nulla, nada, nothing. Ma i post (o i reels) più rappresentativi del giorno li porterò nelle mie stories. Lo so, magra consolazione ma basta il pensieroh!
È un contest fotografico? No, nessuna ansia da prestazione, non è una gara a chi fa la foto più bella.
E se salto un giorno? Pazienza! tu sei l’unico padrone della tua pagina e se un giorno (ma anche 10) vuoi postare la foto di un tramonto o delle polpette di mammà sei libero di farlo.
Credi che settembre sarà un mese migliore se partecipo? Ne dubito fortemente ma forse nasceranno nuovi incontri tra te e un nuovo scrittore oppure tra te e un lettore.
Quindi perché no?
Ogni giorno dedicherò delle stories per spiegare la tappa del giorno, qui ti lascio il calendario da utilizzare.

Mi raccomando porta con te leggerezza e divertimento.

Manu

Nella stanza chiusa – Frances H. Burnett

Il testo integrale per la prima volta in Italia

Sono legata a Frances Hodgson Burnett, a lei devo il mio battesimo dei libri. Tra le pagine de “Il giardino segreto” ci ho passato l’infanzia e grazie alla passione di Caravaggio editore, una casa editrice che oltre alla narrativa contemporanea si prodiga nel recupero di classici dimenticati, ho potuto fare un salto nel tempo e leggere nuovamente della mia “madrina dei libri”.


Il testo è “Nella stanza chiusa” un romanzo breve scritto in una torrida estate del 1903 che come ogni titolo della Burnett ha solo la parvenza del libro per bambini ma che in realtà nasconde tra le pagine un microcosmo che sussurra ai grandi.
La storia è ambientata in un’appiccicosa estate americana, dove tutto infastidisce e dove ogni rumore è acuito dalla noia. La protagonista è Judith, una bimba taciturna amante della solitudine,figlia di genitori troppo presi dal lavoro per darle attenzioni e calore. Il suo passatempo è giocare in un angolo della sua stanza, parlando tra sé di una zia defunta (sorella della mamma), che lei non ha mai conosciuto ma che ha imparato a conoscere attraverso i sbiaditi ricordi materni.

Il legame con questa zia sconosciuta , deceduta a soli 15 anni, le è tanto caro che la sogna spesso, quasi a comando e tutte le volte che lo desidera.
La morte della giovane zia non viene mai apertamente affrontata con Judith poiché sua madre “non crede opportuno parlare ai ragazzini di gente morta”.


A movimentare la vita di Judith il nuovo impiego della madre, impegnata nella cura e nella sorveglianza di una grande casa abbandonata in montagna. Una casa vissuta fino a poco tempo prima e abbandonata all’improvviso, come se fossero tutti scappati lasciando infissi aperti e vite cristallizzate. Ed ecco qui la mano della Burnett agire come solo lei sa fare, con un solo elemento stravolge la storia : la casa ha una sola stanza chiusa, stanza al quale richiamo Judith non riesce a resistere…
Non vi racconto altro perché il pathos in queste pagine è alto e non voglio rovinare la lettura ad eventuali lettori ma lasciatemi dire che tra queste righe ci sono temi fortissimi trattati abilmente.

Illustrazioni di Jessie Wilcox Smith


C’è da fare un passo indietro alla stesura della storia, la Burnett perse il suo figlioletto e tutto il dolore e lo sgomento per la perdita sembra incanalato in quest’opera. Il tema della morte prematura quindi ma anche la morte raccontata ai bambini e la considerazione che si ha di loro nel gestire informazioni “da grandi”. Il simbolismo è forte, questa stanza chiusa che rappresenta la soglia della consapevolezza e della conoscenza (non a caso è all’ultimo piano, in alto). Il richiamo del proibito, il fascino della disobbedienza ci riportano a Mary e il suo giardino segreto ma “Nella stanza chiusa” si vestono di toni più cupi a tratti gotici e che non nascondo avermi regalato qualche brivido di terrore.

Il testo è stato curato e tradotto da Enrico De Luca e abbellito con le 8 tavole illustrate di Jessie Wilcox Smith che accompagnarono la prima edizione del romanzo.
Una chicca.

Non per me sola – Valeria Palumbo

Che percezione abbiamo delle donne del passato? Se guardiamo alla letteratura mondiale troviamo un carillon di figure femminili per lo più raccontate dagli uomini.
Madame Bovary, Anna Karenina, Tess, Lotte, sono figure iconiche ma pur sempre stereotipate dalla penna maschile che le ha create.
E le donne italiane dall’Ottocento a oggi come ci vengono presentate? Come mamme, spose, dee del focolare, dedite alla famiglia e in totale annullamento delle aspirazioni personali.


Da “la donna è meno intelligente dell’uomo” al fatto che la donna adori nella maternità il sacrificio, di cose assurde ne sono state dette e scritte. Valeria Palumbo, giornalista e storica delle donne, partendo da questi presupposti ci trasporta in un viaggio nella reale condizione delle donne italiane attraverso i romanzi.

Quello che appare lampante sin dalle prime pagine è il fragilissimo mito della mamma coraggio che noi italiane ci portiamo addosso, questa rinuncia totale alla propria personalità, rinuncia spesso imposta attraverso matrimoni di convenienza e gravidanze non volute. Attraverso gli scritti delle donne della nostra letteratura (Deledda, Morante, Ortese, Aleramo, solo per citarne alcune) Valeria Palumbo da voce a un urlo strozzato. Il potere dell’uomo si manifesta negli affetti più vicini, nelle vesti di un padre che decide per te e nel timore del suo giudizio. Natalia Ginzburb in Lessico famigliare parlando di suo padre dice “Vivevamo sempre in casa, nell’incubo delle sfuriate di mio padre, che esplodevano sovente per futili motivi”.

In ogni aspetto della quotidiana le donne hanno vissuto questa inferiorità, nella libertà di scegliere se e chi amare, nel lavoro (bellissime le pagine dedicate alla Serao) e nell’impossibilità di muoversi in libertà. La donna che si aggirava da sola era vista con sospetto, additata, portatrice di guai. E che dire del decoro e della decenza ricercata nella moda, in quei pantaloni che appaiono nelle riviste di moda negli anni 40 scatenando l’ira maschile ( 50 dopo nel 1989, Lara Cardella nel suo “Volevo i pantaloni” suscitò quasi lo stesso sdegno). Il mondo delle donne doveva essere mortificato in abiti austeri e ancora più a ritroso circoscritto a fiocchi e merletti, perché, a pensarci bene, le bambole son vestite così!

Valeria Palumbo cita uno dei testi più affascinanti della nostra letteratura “La storia” di Elsa Morante e con questo apre un argomentato dibattito sul tema della violenza, dello stupro e della guerra. Pagine raccapriccianti, attraversate dalla rabbia, pagine attuali che raccontano di disonore, di vergogna ma delle quali si parla sempre poco. Le “marocchinate”, ad esempio, hanno fatto danni quanto le bombe della guerra ma non hanno avuto giusta punizione perché “le donne non hanno parlato, gli uomini non hanno chiesto”.

Non per me sola merita di esser letto per le storie delle donne che non hanno potuto parlare e per rendere omaggio alle scrittrici che hanno fatto di quel silenzio il loro urlo. Leggetelo e poi fatelo leggere a sorelle, amiche, conoscenti. Fa rabbia, tanta rabbia ma la consapevolezza passa sempre attraverso il dolore e l’indignazione.

Il mago – Maugham

Cosa succede se uno dei tuoi scrittori preferiti scrive un romanzo ispirandosi a uno dei tuoi libri preferiti? Succede che hai paura di esser deluso, credi in una scelta kamikaze, sei combattuto tra il “non vedo l’ora” e il “ma cavolo, perché?”.


Maugham, che io amo e consiglio a tutti anche in modo rompino (manco fossi un erede) agli inizi del Novecento, a Parigi, incontrò Aleister Crowley :amante dell’occulto, sedicente satanista, avvezzo alle pratiche più oscure. Maugham che di curiosità ne aveva in abbondanza decise di avvicinarsi all’argomento e ne venne fuori “Il Mago”. Sebbene Maugham ebbe il buon senso di cambiare nel romanzo il nome di Crowley, questi si riconobbe e non ne fu affatto felice.

Pubblicato nel 1908, “Il Mago” è un romanzo che si distacca del tutto dal genere a cui Maugham ci ha abituati, potremmo parlare di horror, di gotico, di thriller psicologico eppure nessuna di queste definizioni sembra giusta.


La storia: Arthur Burdon, brillante chirurgo è follemente innamorato della sua bellissima fidanzata Margaret che ricambia con affetto e dedizione. Amico e mentore di Arthur è il dottor Porhoet, appassionato di alchimia ma più avvezzo alla teoria che alla pratica, infine Susie, amica di Margaret non bella ma docile e con un incredibile buon gusto per la moda. Ecco il quartetto. Vi ricorda qualcosa di già visto? Figure letterarie già note? No? Allora vado avanti e vi dico che l’antagonista dei “fantastici 4” è Oliver Haddo appassionato di magia nera, uomo corpulento dalla sensualità irresistibile che irradia negatività ma al quale nessuno resiste.


Ora che il quadro è completo appare lampante che Maugham si sia liberamente ispirato al capolavoro di Bram Stoker, Dracula. E vi assicuro che questo tra le pagine non è assolutamente fastidioso, perché il potere che Maugham conferisce a Haddo/Crowley non ha nulla a che fare con pipistrelli, sete di sangue e terra consacrata ma è un potere mentale, una capacità psichica di manipolare le volontà altrui, argomento molto in voga a inizio secolo e che il nostro antagonista decide di sfruttare sulla nostra tenera Margaret che presa dal raptus appassionato per quest uomo dal fascino irresistibile dimentica l’amore per il suo Arthur.

Non sto a dirvi se Arthur con l’aiuto di Van Helsing, sorry, del dottor Porhoet riuscirà a strappare Margaret da questa insana passione ma vi assicuro che merita la lettura. Il libro si apre con un cliché di Maugham :le descrizioni.
Sappiamo subito che ci troviamo a Parigi tra i Jardin du Luxembourg e Saint Germain, l’atmosfera angosciante ci viene subito presentata con una rapida citazione della chiesa di Saint Sulpice, e se ci siete stati comprendete a cosa mi riferisco. Maugham ci descrive con melliflue parole ambienti, luci e personaggi, ci prepara al cambio di rotta che sta per arrivare. La presenza di Haddo incupisce tutto, il ritmo è opprimente e Maugham ricrea la giusta atmosfera in un crescendo di fastidio. Ecco, il fastidio. Leggendo si è turbati da questa figura meschina e manipolatrice, si è assuefatti al suo volere e il suo piano per quanto assurdo risulta affascinante tanto da augurargli il successo. C’è solo un momento centrale in cui la storia si rallenta a causa delle descrizioni mediche e delle teorie scientifiche, Maugham conosceva tante cose e a quanto pare voleva che anche il lettore si istruisse. Per fortuna, passato il momento saccenza la storia incalza con un “ritmo fluente di vita nel cuore” e il finale soddisfa e stupisce.
Mi è piaciuto immaginare che il cinico Maugham si sia divertito tantissimo a giocare coi personaggi come un “master of puppets”, mi è sembrato di vederlo gongolare nel mostrarci quanto l’umanità sia naturalmente portata al male e alla corruzione. Un Maugham diverso ma non meno stupefacente!